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    La missione paralimpica di Giacomo Perini, all’esordio nel canottaggio: “Vincere e raccontare il dietro le quinte del nostro mondo”

    Agosto 28, 2024

    Dall’amputazione della gamba destra dopo un percorso con la malattia, fatto di salite e ricadute, fino al ritorno alle gare passando per la nomina a Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, senza mai abbandonare l’amore per lo sport: l’equitazione prima e il canottaggio poi. Abbiamo intervistato Giacomo Perini, tra gli Azzurri alle Paralimpiadi di Parigi a caccia di una medaglia

    Quella di Giacomo Perini è una storia da libro o da film. Libro e film che, infatti, sono stati realizzati (“La notte ha smesso di fare paura”, uscito nel 2021, e Gli anni più belli – Così la malattia ha cambiato la mia vita”, uscito nel 2017). Quella di Giacomo Perini è anche una storia che calza a pennello con terminologie e stereotipi fuorvianti come quello dell’eroe, che nel caso degli atleti paralimpici sappiamo essere all’ordine del giorno.

    Ma quella di Giacomo Perini è, soprattutto, una storia che merita di essere raccontata così com’è: dall’amputazione della gamba destra dopo un percorso con la malattia (nello specifico un osteosarcoma, una forma di tumore osseo) fatto di salite e ricadute, fino al definitivo ritorno alle gare passando per la nomina a Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana da parte del Presidente Sergio Mattarella. Il tutto con il minimo comune denominatore rappresentato dall’amore per lo sport: l’equitazione prima e il canottaggio poi, grazie al quale ha potuto ravvivare un fuoco che non si è mai spento e che l’ha portato, nel giro di pochissimi anni, a primeggiare a livello internazionale.

    Perini esordirà proprio ai Giochi di Parigi, nel singolo PR1 (riservata ad atleti che utilizzano solo le braccia e le spalle), dopo essersi laureato per due volte consecutive campione europeo (2022 e 2023) e vice campione mondiale (2022 e 2023), sempre battagliando con l’avversario da battere: l’ucraino Roman Polianskyi, campione in carica. Nelle ore che precedono l’inizio ufficiale delle gare, ci siamo confrontati con lui non solo sugli aspetti tecnici legati alle Paralimpiadi, ma anche su tematiche più generali legate alla disabilità e alla sua rappresentazione.

    Da più parti ho letto che il tuo motto è “Tra il dire e il fare, ci sono 2000 metri da remare”: adesso che il traguardo di Parigi è stato raggiunto, pensi sia ancora valido?
    Paradossalmente i metri sono addirittura diventati di più perché avvicinarsi ad una competizione di così alto livello aumenta l’intensità. Per questo sarà di fondamentale importanza riuscire a remare nel migliore dei modi senza trascurare nessun aspetto.

    Agli atleti paralimpici, e ancora di più a chi ha una storia come la tua, spesso viene associato il termine resilienza: lo senti tuo? Che significato ha per te?
    Resilienza, così come eroe, quando sono associati a chi ha un vissuto particolare come gli atleti paralimpici o le persone con disabilità in generale vengono spesso abusati. Tuttavia, dal mio punto di vista il termine resilienza ha una valenza oggettiva perché significa saper cogliere il lato positivo nelle cose, attenuando gli aspetti negativi per diventare più forti rispetto alle difficoltà: credo che sia una qualità importante, non solo nello sport ma anche nella vita di tutti i giorni. Le difficoltà esistono e hanno un peso, ma dobbiamo vederle come opportunità di crescita e miglioramento.

    Sui tuoi profili social pubblichi spesso video in cui parli della tua vita sportiva e non solo: con quali obiettivi?
    Oltre alle ambizioni e agli obiettivi personali, agonistici e di risultati, ho una “missione” più grande: raccontare la parte sommersa dell’iceberg, il dietro le quinte, il percorso che ti porta a raggiungere il risultato finale e che rappresenta l’aspetto più importante. Non mi riferisco solo agli allenamenti, ma soprattutto all’approccio mentale che influenza sia la parte sportiva che la vita quotidiana. Quando si dice che lo sport è una palestra di vita, più che alle ambizioni personali legate ai risultati si pensa a tutto quello che c’è dietro.

    Ti senti un modello per gli altri? Ti si addice questo ruolo?
    Bisognerebbe, e non lo dico con retorica, chiederlo prima di tutto agli altri. In ogni caso, vivo la mia vita in un modo ben preciso, inseguendo un sogno, e se posso essere di ispirazione a qualcuno ben venga, credo che avere degli esempi a cui fare riferimento sia importante. Seguire qualcuno che affronta i problemi in un certo modo può aiutarti a capire come comportarsi in determinate situazioni: uno sportivo di alto livello, ad esempio, può fare molto di più rispetto a tanti messaggi e a tante parole che non hanno un riscontro pratico.

    Su di te sono usciti un libro e un docufilm, credi che abbiano raggiunto il loro scopo?
    Principalmente mi sono serviti, a livello personale, come cura psicologica perché avevo bisogno di raccontare tutto quello che stava succedendo, mettendo nero su bianco quello che stavo provando in quegli anni; l’obiettivo principale è stato quindi raggiunto. Nonostante non lo abbia sponsorizzato come avrebbe meritato, soprattutto per motivi agonistici legati ai miei impegni, il libro ha comunque avuto una bella risonanza e sta mantenendo un’identità forte perché cerca di tramettere un messaggio molto pratico: la mia capacità concreta di trasformare un avvenimento negativo in tante opportunità e in una svolta di vita.

    Prima facevi equitazione e ti sei avvicinato al canottaggio solo dopo la malattia: cosa rappresenta per te questo sport?
    Il canottaggio mi ha permesso di rivivere quegli stimoli agonistici di cui sentivo la necessità e che mi mancavano dopo 10 anni di equitazione: è uno sport che mi permette di sentirmi libero e di potermi esprimere pensando a ciò che ho piuttosto che a ciò che mi manca da quando mi hanno amputato la gamba; questo è un enorme stimolo per essere me stesso a 360 gradi.

    Qual è il tuo rapporto con l’acqua?
    La vedo come una grande metafora della vita e del nostro sport, con tutto ciò che scorre e va lasciato alle spalle per raggiungere l’essenziale. La stessa cosa succede anche a noi canottieri che, remando “all’indietro”, non guardiamo mai l’arrivo: questo sottolinea nuovamente l’importanza del percorso, la cosa che ci trasforma davvero.

    Alla luce dei tuoi ultimi risultati, quali sono i tuoi obiettivi per Parigi?
    Le aspettative della Federazione e della mia società (la Canottieri Aniene, ndr) sono altissime, pur avendo iniziato da pochi anni. Nel 2022 sono entrato in Nazionale e nei mesi scorsi sono riuscito a qualificarmi per le Paralimpiadi: i risultati, fortunatamente, non sono mancati sin dalla prima gara internazionale e quindi andrò a Parigi per vincere. Ad oggi, inoltre, sono stato l’unico a battere per due anni di fila il campione paralimpico in carica, l’ucraino Roman Polianskyi, agli Europei.

    Come ti sei preparato, sia psicologicamente che fisicamente?
    È stato un anno decisamente travolgente: per questo ho lavorato profondamente sull’aspetto mentale, insieme allo psicologo della Federazione Simone Casucci, con l’obiettivo di restare con la testa sulla barca, concentrato e senza altri pensieri. Su mia esplicita richiesta al Direttore Tecnico, inoltre, abbiamo portato avanti un grande lavoro fisiologico e muscolare in palestra; i miglioramenti sono stati esponenziali.

    In una delle tue ultime interviste racconti il legame molto forte con la tua città, Roma. Cosa ti aspetti da Parigi?
    Mi fa male ricordare, innanzitutto, che queste Paralimpiadi si sarebbero potute svolgere proprio a Roma: esordire nella mia città, lo ammetto, sarebbe stato un grande privilegio. A parte i rimpianti, me le aspetto come una grande festa della massima espressione dello sport di alto livello, dobbiamo ringraziare il CIP per il grande lavoro che sta facendo. Anche la copertura televisiva totale da parte della Rai è qualcosa di incredibile perché non esiste messaggio più potente del vedere una manifestazione come questa.

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    Marco Berton

    Photo credits: Mimmo Perna

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