L’assenza di una legge chiara sulle rette nelle Residenze Sanitarie Assistenziali alimenta incertezze, ricorsi e disuguaglianze. Famiglie, strutture e Regioni chiedono risposte urgenti
Il vuoto normativo sulle rette delle RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali) per anziani non autosufficienti alimenta un dibattito che contrappone l’immobilismo della politica alle legittime rivendicazioni delle famiglie. Ricordiamo che recentemente la questione è stata sfiorata in Parlamento da un emendamento in discussione in Commissione Affari Sociali del Senato, poi cancellato, riportando la questione a un sostanziale stallo.
Compartecipazione dei costi e quadro normativo
Il Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza, che riunisce oltre 60 organizzazioni del terzo settore, sindacati, società scientifiche e associazioni, spiega che alla base del problema c’è una normativa frammentaria e non chiara sulla compartecipazione ai costi delle RSA.
La legge attualmente prevede che le spese delle strutture pubbliche siano divise al 50% tra il Servizio Sanitario Nazionale e l’utente (o i suoi familiari), che si trovano a dover sostenere un costo medio mensile di 1.500-2.000 euro.
Tuttavia, l’applicazione di questa normativa è tutt’altro che uniforme, denunciano le associazioni della rete. La mancanza di chiarezza ha portato a un’escalation di contenziosi legali: i familiari degli anziani si rivolgono sempre più frequentemente ai tribunali, mentre la magistratura finisce per supplire a una politica assente.
Sentenze discordanti
Negli ultimi anni, alcune sentenze hanno stabilito che le RSA debbano essere totalmente gratuite, sollevando completamente le famiglie dal pagamento. Altre, al contrario, hanno confermato l’obbligo di compartecipazione ai costi, in proporzione al reddito.
Questo contrasto alimenta incertezza e diseguaglianza: a seconda della regione o del tribunale competente, incalzano le associazioni del Patto per un nuovo Welfare, i diritti e i doveri delle famiglie possono variare sensibilmente.
E in mancanza di un intervento legislativo definitivo, sono i giudici e i tribunali che di volta in volta devono decidere.
Il rischio di disuguaglianze
Una delle proposte emerse nel dibattito riguarda l’abolizione delle rette per le persone affette da Alzheimer. Una proposta che, segnalano dal Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza, rischia di creare disuguaglianze di trattamento non solo relative alla patologia, ma anche al reddito: “(…) il 40% degli anziani ospiti nelle RSA ha una diagnosi di Alzheimer, ma anche tra gli altri vi sono gravi condizioni di non autosufficienza che meriterebbero pari attenzione. Inoltre, una gratuità totale delle rette sarebbe iniqua con riferimento a coloro che hanno disponibilità economiche tali da potersele permettere.
Infine, si segnala un altro rischio: rendere gratuite le rette per alcune categorie potrebbe paradossalmente danneggiare proprio quelle persone. Le strutture, temendo ricorsi e mancati introiti, potrebbero ridurre la disponibilità di posti per i malati di Alzheimer, con l’effetto di allungare ulteriormente le liste d’attesa.
Impatti su Regioni ed enti gestori
Ad accusare le conseguenze del vuoto normativo, segnala la rete, sono anche le Regioni, che si vedono costrette dalle sentenze ad aumentare il finanziamento del fondo sanitario senza ricevere risorse aggiuntive dallo Stato, e gli enti gestori delle RSA che, in caso di sentenza favorevole alle famiglie, devono anticipare i rimborsi, per poi avviare complesse e incerte procedure di recupero dalle amministrazioni regionali. Una situazione che mina la sostenibilità economica dell’intero sistema.
Serve una riforma
La situazione attuale è insostenibile e richiede un intervento legislativo urgente, che dia certezze alle famiglie, alle strutture e alle istituzioni, per superare l’attuale caos giurisprudenziale, evitando inutili contenziosi e tutelando i diritti acquisiti denuncia il Patto.
In parallelo, ricordano le associazioni, va affrontata la questione di fondo: come suddividere in modo equo i costi della non autosufficienza tra Stato, famiglie e cittadini? La recente riforma del settore (Legge 33/2023) ha tracciato un primo percorso, ma procede con estrema lentezza.
È indispensabile rilanciare questo processo con decisione, attraverso un confronto partecipato che coinvolga tutte le parti interessate: istituzioni, operatori, famiglie e organizzazioni del terzo settore.
Redazione







