Il rischio è di legittimare parole offensive o discriminatorie anche al di fuori di contesti leggeri e di spensieratezza
Neppure coperte d’ironia le cattive abitudini, così consolidate da non essere neppure riconosciute come tali, diventano battute, leggerezza, qualcosa di cui sorridere.
E’ il caso delle parole riferite alla disabilità usate come insulto, seppure in chiave che vuole essere comica. È uno stridere che fa rabbrividire, e non solo chi ne è direttamente l’oggetto.
La parola “mongoloide” come insulto
Accade in questi giorni che si torni a parlare di questa pessima tendenza che fatica a morire, con la diffusione del trailer del film “Oi vita mia”, attualmente in sala, del duo comico Pio e Amedeo, dove la parola “mongoloide” viene nuovamente utilizzata come insulto, per quanto ironico.
A sottolineare l’inopportunità di questo utilizzo è l’AIPD (Associazione Italiana Persone con sindrome di Down), che riporta di aver ricevuto negli utili giorni “un numero significativo di segnalazioni da parte di famiglie, che al proprio interno hanno bambini, ragazzi e adulti con sindrome di Down, così come da molte persone impegnate quotidianamente nella tutela della dignità delle persone con disabilità”. L’uso della parola “mongoloide” utilizzata come insulto, per quanto ironico, non fa affatto ridere chi ha un figlio o una figlia con sindrome di Down, commenta Gianfranco Salbini, presidente dell’AIPD che coglie l’occasione, a nome delle famiglie, per denunciare, ancora una volta, l’utilizzo, in contesti di satira e comicità, di termini inappropriati legati alla disabilità.
Rischio di legittimare questo linguaggio anche in altri contesti
“Questo tipo di linguaggio purtroppo è ancora diffuso, soprattutto sui social– ribadisce Salbini: spesso decidiamo di non intervenire, per non alimentare l’effetto emulazione. Tuttavia, in questo caso, anche il silenzio produrrebbe lo stesso risultato. L’uso di parole offensive o discriminatorie, inserite in contesti leggeri e di spensieratezza, rischia infatti di essere normalizzato soprattutto tra i più giovani, legittimando di fatto l’utilizzo di termini gravemente offensivi. Ed è proprio da questa legittimazione che, con facilità, si passa a un utilizzo offensivo nei più diversi contesti sociali”.
La comicità deve avere un limite
Precisa Salbini: “Rispettiamo le intenzioni degli autori di voler utilizzare la comicità per veicolare temi sociali di grande importanza: crediamo anche noi che ci sia bisogno di raccontare, anche con leggerezza, problematiche che spesso non ricevono un’attenzione pubblica, ma restano, per così dire, un “affare di famiglia”. Anche la nostra associazione ha spesso diffuso i propri messaggi attraverso campagne che utilizzano l’ironia e la comicità. Esiste però un limite che non vorremmo fosse superato: la comunicazione deve sempre essere “gentile” e rispettosa verso le sensibilità di tutti. La storia dello spettacolo italiano e internazionale dimostra che la comicità può essere brillante, efficace e profondamente intelligente senza ricorrere a offese, etichette o linguaggi degradanti. Grandi maestri della risata hanno saputo far ridere e riflettere senza mai colpire la dignità delle persone”, spiega ancora Salbini.
No a parole che possono discriminare o offendere
Di qui l’appello dell’associazione: “Rivolgiamo un invito fermo e rispettoso a tutti i professionisti della comunicazione —giornalisti, autori, sceneggiatori, attori, comici e operatori del mondo cinematografico, teatrale e televisivo — affinché evitino l’uso di termini che possono ferire e discriminare le persone con disabilità. Il linguaggio è uno strumento potente: può includere o escludere, valorizzare o ferire. L’impegno comune per una comunicazione rispettosa rappresenta un passo fondamentale verso una società più consapevole, inclusiva e libera da stereotipi. Confidiamo nella collaborazione e nella sensibilità di chi opera nei diversi ambiti della comunicazione, certi che il rispetto delle persone e delle loro condizioni non limiti la creatività, ma anzi la nobiliti”.
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