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    La quarta paralimpiade di Martina Caironi senza l’ossessione per l’oro: “Torniamo al vero senso dello sport”

    Agosto 14, 2024

    La campionessa di atletica, ancora una volta in gara nei 100 metri e nel salto in lungo T63, si prepara ad affrontare le rivali di sempre ispirandosi agli olimpici rimasti fuori dal podio

    Quando si fa il nome di Martina Caironi non si sta parlando solamente di una campionessa di livello internazionale, in grado di vincere medaglie e di infrangere record del mondo a ripetizione, ma anche e soprattutto di una personalità capace di valicare i confini dello sport grazie al coraggio di esporsi in prima persona su questioni politiche a più livelli.

    A due settimane dall’inizio dei Giochi di Parigi 2024, e dopo una sfilza di ori e argenti conquistati sui palcoscenici internazionali più prestigiosi, e alla soglia dei 35 anni, Caironi si appresta ad affrontare la sua quarta (e forse ultima?) Paralimpiade con la consapevolezza di chi sa di avere nelle gambe la possibilità di raggiungere altri straordinari risultati, ma senza l’ossessione per una medaglia come hanno “insegnato” molti atleti olimpici rimasti fuori dal podio nei giorni scorsi.

    Con quale stato d’animo ti stai avvicinando ai Giochi?
    Combattivo, perché dopo un anno contrassegnato da diversi stop a causa di alcuni infortuni non sto mollando e sono decisa ad arrivare fino in fondo: credo di avere delle buone carte da giocare e voglio concludere il mio percorso nel miglior modo possibile.

    Rispetto alla tua prima paralimpiade, com’è cambiata l’attesa dell’evento?
    È cambiata moltissimo perché ad inizio carriera la vivevo molto meglio, con la consapevolezza di non aver nulla da perdere. Con il passare degli anni, la crescita dell’attenzione mediatica e delle aspettative personali e altrui mi ha portato ad essere maggiormente ansiosa.

    Ci stai lavorando?
    Mi sto concentrando sulle sensazioni e sugli stati d’animo in modo da riuscire a controllare al meglio questa “ansia da prestazione” che tutti gli atleti possono avere; chi riesce a gestirla meglio, di solito, se la gode di più.

    Quale strategia stai utilizzando?
    All’inizio ho provato con un mental coach ma non è andata: adesso sto semplicemente provando a non dedicare tutta la giornata al pensiero dell’obiettivo finale, che non deve diventare un’ossessione. Le Olimpiadi, da questo punto di vista, hanno insegnato tanto.

    Per quale motivo?
    Vedere le reazioni positive di tanti campioni che non sono riusciti a conquistare una medaglia da un lato mi trasmette un senso di umanità e mi tranquillizza, dall’altro mi permette di tornare al senso più profondo dello sport.

    A quale senso ti riferisci?
    Al piacere di praticare sport a livello agonistico: la sfida, il miglioramento di se stessi e dei propri limiti senza sfociare nell’ossessione per la medaglia d’oro, quella malattia per la prestazione che non ti fa sentire bene.

    Anche in questo senti di essere maturata?
    Certo: a 20 anni non facevo tutti questi ragionamenti apparentemente complicati, ma al momento li ritengo assolutamente necessari per poter affrontare questa mia quarta paralimpiade.

    Passiamo alla pista: come ti stai allenando?
    Dopo un periodo intenso di preparazione al “fresco” di Predazzo, in Trentino Alto Adige, al momento ho rallentato un attimo e sto “scaricando” a causa di un leggero sovraccarico di allenamento. In ogni caso, non ho mai creduto negli sprint dell’ultimo minuto: l’importante è arrivare sani fisicamente e mentalmente il giorno della gara.

    Alla luce di tutte le tue riflessioni e del livello di preparazione, quali sono i tuoi obiettivi?
    Sono molto tranquilla perché, per quanto ci si possa dannare per far sì che tutto sia perfetto, sono sempre e solo le gare a decidere tutto: sappiamo benissimo quanto, in quei momenti, le cose possano girare per il meglio oppure andare improvvisamente storte. Io penso di aver fatto tutto il possibile per arrivare al massimo, ma manca ancora qualche settimana e sarà importante trasformare la preparazione in carica agonistica cercando di “restare sani”.

    Nei 100 metri credi si possa ripetere il podio tricolore?
    Noi italiane siamo sicuramente le più quotate per la vittoria finale, anche se potrebbero saltare fuori delle sorprese come la svizzera Helena Kratter. Anche se la “vera” sfida è sempre stata quella tra me ed Ambra Sabatini, occhio a Monica Contrafatto: nonostante sia la più “anziana” del gruppo azzurro, infatti, quest’anno è stata molto determinata tanto da diventare leader mondiale con il suo record personale di 14 e 31, mentre io ed Ambra ci siamo “fermate” a 14 e 49; Monica sta andando fortissimo e sarà davvero molto insidiosa.

    Anche nel salto in lungo l’avversaria da battere sarà sempre la stessa: l’australiana Vanessa Low
    Esatto, che quest’anno è arrivata a saltare parecchio: addirittura 5 metri e 58 in modo non ufficiale, mentre io mi sono “fermata” a un personale di 5 e 28 ottenuto ad inizio luglio a Leverkusen. Nonostante abbia fatto il miglior salto della mia categoria, dovrò fare i conti con un’atleta fortissima che preparerà una sola gara e che, essendo amputata bilaterale, è classificata come T61; a questo dobbiamo aggiungere la grande crescita di molte avversarie come l’americana Noelle Lambert. Sarà sicuramente una bellissima sfida, vedremo chi avrà la meglio

    Hai già pensato a cosa fare dopo Parigi? L’idea di partecipare a Milano-Cortina è ancora viva?
    L’idea, al momento, è quella di terminare il mio “tour” nel mondo paralimpico in modo graduale dopo questa edizione. Milano-Cortina vorrei viverla in prima persona, ma con un altro ruolo: passare da una disciplina all’altra in così poco tempo sarebbe impossibile; forse avrei potuto farlo 10 anni fa, ma ora penso di essere a posto.

    Cosa farai, quindi, da grande?
    Vorrei restituire, almeno in parte, tutto quello che lo sport mi ha dato: non so ancora sotto quale veste, se da dirigente o collaboratrice, ma sicuramente qualcosa in questa direzione.

    Chiudo con la solita domanda: a che punto è il movimento paralimpico in Italia?
    Va sempre meglio, anche se c’è ancora qualche problemino da risolvere. In giro ci sono sempre più bandi e iniziative per far sì che chi vuole iniziare a fare sport possa trovare accoglienza, ma nonostante questo persistono ancora situazioni in cui a vincere è l’approssimazione mentre servirebbe più attenzione alle strutture e alla formazione di personale competente. Detto questo, sono molto fiducia perché si stanno facendo grandi passi in avanti: toccherà alla nuova generazione, agli atleti e ai dirigenti di domani, raccogliere quanto di buono è stato fatto per migliorarlo ulteriormente; la cosa vale anche per i giornalisti, che hanno il dovere di raccontare lo sport paralimpico senza scadere nel pietismo o nell’eroismo.

    Marco Berton

    Photo credits: FISPES

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